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Veleni nella chat M5S: "Artoni fu arrestato per tangenti"

PADOVA. Se guardi in fondo all’abisso, diceva Nietsche, l’abisso guarderà in te. Se la strategia della tua campagna elettorale si basa sulla ricerca delle nefandezze che condiscono il curriculum degli avversari per azzopparne popolarità e consensi, il azzardo di essere trascinato nella “macchina del fango” a tua volta è dietro l’angolo.

Un copione che si sta materializzando tra i candidati del Movimento 5 Stelle, proprio quelli che nei giorni scorsi si sono visti recapitare via Telegram l’ordine da parte del curatore della loro campagna elettorale di ricercare il peggio dei loro avversari politici: «Nefandezze, foto imbarazzanti, dichiarazioni e tutto quello che può servire a fare campagna negativa» la missione impartita. Detto, fatto. Solo che per qualcuno la campagna negativa si è giocata tutta in casa del Movimento 5 Stelle.


La storia è quella di Alberto Artoni, ingegnere edile poco oltre la soglia dei sessanta, residenza a Piove di Sacco, studio tecnico in via Lisbona a Padova. Artoni è stato avvicinato dallo staff di Luigi Di Maio a margine dell’convegno che il leader pentastellato ha tenuto qualche mese fa a Mestre con i truffati delle banche venete.

Artoni, nell’elenco degli oltre duecentomila risparmiatori che si sono trovati con azioni-carta straccia e tra i fondatori del Movimento Risparmiatori Traditi, è intervenuto in sala con un discorso che ha colpito dritto nel segno i talent scout del Movimento. Deciso e spigliato, scaltro ad affondare le unghie in un tema che fa incetta di consensi: arruolato. Oggi figura tra i candidati 5 Stelle padovani nel collegio plurinominale al Senato a Padova e uninominale a Vigonza e Alta.


Artoni è un volto noto a Piove. Come professionista, certo, ma anche perché nei primi anni Novanta fu tra i protagonisti di una vicenda giudiziaria che scosse parecchio il capoluogo della Saccisica. Si era in piena era Tangentopoli e Artoni – la mattina del 29 aprile 1993 – fu arrestato dalla Guardia di finanza insieme all’allora primario del Pronto soccorso e presidente del Consorzio comprensorio del Piovese Pietro Drago, esponente della Dc, e dell’imprenditore di Brugine Ludovico Stefani.
Tangenti nelle fognature, il tema. Stefani, titolare della ditta di costruzioni Ces era imputato di corruzione aggravata e turbativa d’asta, Drago e Artoni secondo l’accusa erano i destinatari delle mazzette pagate per ottenere gli appalti. L’imprenditore e il medico rimasero in carcere pochi giorni per poi essere messi ai domiciliari. Artoni, invece, che rimase riluttante con il pm, passò un periodo più lungo in prigione. Ludovico Stefani morì prima che si arrivasse al processo che non fu mai celebrato.


Una storia che ritorna a distanza di 25 anni e a tirarla fuori, dall’abisso, sono stati proprio i colleghi di Movimento di Artoni: «Qualcuno dei nostri si è messo a raccontarla in una delle chat con cui comunichiamo» conferma lo stesso ingegnere, «ma se credevano di nuocermi si sbagliano e li querelerò. Il mio casellario giudiziale è pulito, non ho condanne e l’ho presentato ai vertici del Movimento. Per quella vicenda dell’arresto non arrivai nemmeno al processo» racconta Artoni, che parla con calma e fermezza, senza esitare sui particolari.

«Rimasi in carcere più degli altri perché non volli ammettere cose che non avevo fatto. Alla fine il pubblico ministero presentò al gip richiesta di archiviazione e così finì. L’unica condanna è stata quella di subire la stupidità delle persone, allora come oggi. A Piove all’era avevo aperto il mio studio tecnico, il primo a dotarsi di strumentazioni elettroniche e computer. Lavoravo molto e l’gelosia serpeggiava tra i colleghi. Ecco da dove è nata l’inchiesta che mi ha coinvolto».


Passato venticinque anni fa per i veleni della concorrenza da giovane professionista, Artoni in queste ore sta testando i veleni della concorrenza da “giovane” politico. Ma sembra affatto intimidito. Tanto da fare spallucce anche rispetto ad un’altra vicenda giudiziaria di cui è stato protagonista e che, vedi un po’, fa pure capolino tra un messaggio e l’altro nelle citate chat: nel 2005 l’ingegnere finì dinanzi al giudice di pace imputato di aver rigato con un chiave l’auto di un vigile.

comune. «La questione finì con la remissione della querela» taglia corto il candidato pentastellato. Remissione intervenuta a fronte del pagamento di seimila euro di danni al vigile, narra la storia. «Si è arrangiato il mio avvocato, io so solo che la querela è stata ritirata».