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Carlo Calenda, ma alla fine ha preso casa a Padova per coordinare meglio il suo impegno da capolista del Nordest per il Pd alle Europee, come aveva annunciato, o ha cambiato idea?


«Lo farò da maggio, è la posizione perfetta perché rispetto ai miei movimenti è baricentrica. La circoscrizione è enorme e Padova è strategica. Poi ho metà famiglia in Emilia e in Romagna, lì sono “coperto”».


«Secondo me oggi è meno ardua. Stiamo parlando di un territorio dove lavoro e produzione hanno un’assoluta centralità. Due cose che questo governo, che ritengo il più assistenzialista degli ultimi trent’anni, non considera proprio. Su lavoro, produzione e anche sul fronte dello studio non è stato fatto nulla».


«No, non è una misura per il lavoro, né per la produzione».


«Perché penso che la strada, per noi e per l’Italia, è quella: mettere insieme cultura, operosità e capacità di produrre. Quella è l’Italia che vogliamo, non quella dell’assistenzialismo, dei sussidi, dei prepensionamenti pagati da tutti e della nazionalizzazione di Alitalia. Io ho portato avanti quella sfida da ministro, come nella gestione delle crisi aziendali o con Industria 4.0».


«Quella scelta è stata una follia. In un momento di recessione bisogna garantire risorse per far ripartire gli investimenti, che sono ciò che porta lavoro e benessere nel lungo periodo. Quel piano aveva anche incontrato il favore delle opposizioni quando era partito. Dimezzarlo è stata una cretinata totale».


«Ci deve essere un cambio di rotta, ma penso non ci sia la consapevolezza della gravità della condizione. Stiamo peggiorando non solo in termini assoluti, ma anche rispetto all’Eurozona. Credo che chiuderemo l’anno tra il -0,5 e il -1% del Pil, con un deficit fuori controllo. Quota 100 porta un aumento del debito di 38 miliardi e serve a 300 mila persone. Una roba da matti che non si è mai sentita».


«No, non è possibile, perché il costo dell’indebitamento sta aumentando in tutto il Paese a causa delle politiche scellerate del governo e dell’instabilità finanziaria. Si prendono meno soldi in prestito per investire e gli investimenti esteri non vengono più, l’Italia è uscita dai radar dei grandi investimenti stranieri».


«Assolutamente. Con il governatore Bonaccini ho lavorato molto bene da ministro, l’Emilia-Romagna è un caso di eccellenza. E lo sta dimostrando anche sul tema dell’autonomia».


«No, il modello autonomista dell’Emilia-Romagna è molto più intelligente e si fonda su un principio di buonsenso. Ci sono competenze che devono restare nazionali, come la scuola, e altre che possono essere delegate».