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M5S, gli allievi di Casaleggio alla scuola di partito - Pagina Nazionale - il Tirreno

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Ci sanno proprio fare, alla Casaleggio Associati. A tralasciare dal giudizio che ciascuno di noi può avere sul M5S, è innegabile che, sul piano della comunicazione, oggi gli ex-grillini siano un passo (o due) avanti rispetto ai propri competitor. Il che consente loro, anche in questa fase caotica della politica italiana, di essere continuamente al centro della scena, sotto il profilo mediatico e strategico.

Sono lontani i tempi in cui i salotti televisivi erano preclusi – pena, l’espulsione – ai membri della neonata classe parlamentare. Oggi i rappresentanti 5Stelle siedono in ogni talk show. Si destreggiano abilmente di fronte alle domande più insidiose, replicano con disinvoltura alle osservazioni più puntute, sciolgono in poche frasi a effetto ogni potenziale contraddizione. Dicono quello che devono dire. Glissano su quel che dire non possono. Esibiscono, in ogni momento, la sicurezza di chi ha la “verità” e la “storia” dalla propria parte. Cittadini comuni con una missione: la missione di cambiare il paese. Non tutti dispongono delle doti comunicative di Luigi Di Maio. (Figuriamoci di Beppe Grillo). Ma in tutti è evidente una preparazione meticolosa, che non sembra lasciare nulla al caso, frutto di un lungo allenamento con gli sparring partner della Casaleggio: “scuola di partito” del nuovo millennio e cuore organizzativo dell’architettura pentastellata.

Se ogni cuoca – nella celebre affermazione attribuita (con qualche forzatura) a Lenin – deve apprendere a governare lo stato, ogni “cittadino nelle istituzioni” deve apprendere a stare dinanzi a una telecamera. È finito il tempo del megafono-unico-al-comando, nel quale tutta la comunicazione era riassunta dalle urla, dal sudore, dagli occhi strabuzzati dell’ex-comico. Nel “centralismo cybercratico” – qui il copyright è di Mauro Calise – del M5S, anche gli attori protagonisti sembrano diventare (apparentemente) intercambiabili. Diversi, tra loro. Ma diversi anche da tutti gli altri. Così, il “non parliamo con neppure uno” si tramuta in “parliamo con tutti”. A destra e a sinistra: tanto il M5S è oltre queste categorie. Il Pd? Da sempre, primo terreno di conquista. Salvini? Primo interlocutore, in quanto a sua volta interprete del cambiamento. Berlusconi? “Puzza”, per i 5Stelle. I (voti) berlusconiani? Da “annusare” caso per caso, di condizione in condizione – e già una volta il M5S si è turato il naso, nel votare alla Presidenza del Senato la forzista (ultra-berlusconiana) Casellati.

In un quadro siffatto, quella del “contratto alla tedesca” appare l’ennesima mossa azzeccata. Perché assegna al M5S l’iniziativa quale prima forza di governo. Sposta da subito sui potenziali partner le responsabilità di un eventuale fallimento delle trattative. Soprattutto, sposta la questione dal terreno della politica, intesa come scontro di potere – per il potere, e per le poltrone – a quello delle politiche: i punti programmatici da inserire nel contratto.

Mettete da parte le ironie e le potenziali incoerenze interne, i nodi che verranno al pettine e le osservazioni costituzione-alla-mano: le abbiamo già sentite durante la campagna elettorale, quando il M5S presentò il proprio “esecutivo”. Eppure si trattò, anche allora, di una mossa vincente. Puro marketing politico, naturalmente: orientato a rimarcare il passaggio dalla protesta alla proposta; la presenza di un progetto, di una squadra, di un “capo”. Proprio quel capo, ora, è forse il principale ostacolo sulla strada che porta al governo. Ma non sarebbe poi così difficile spiegare le ragioni di un eventuale gesto nobile di Di Maio. In nome della “causa”.

Per il bene del Paese. Indubbiamente più complicato, invece, sarebbe mantenere intatta la purezza del messaggio pentastellato, qualora ilmovimento dovesse effettivamente misurarsi con l’onere del governo, insieme agli avversari di ieri (e di oggi). Non è detto che il M5S sia costretto a farlo. E, in ogni caso, mai sottovalutare gli uomini della Casaleggio.

@fabord

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