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Milano, Rozza: «Caso Barbato, ora un audit intimo alla Polizia locale

Il referendum del 22 ottobre non dividerà il Nord dal resto d’Italia, come peraltro si affannano a ripetere più o meno tutti, saranno semmai gli schieramenti politici a uscire scompaginati dall’appuntamento con la consultazione autonomista. Se nel centrodestra si registra il fragoroso caso di Gorgia Meloni, che a nome (di una parte) di Fratelli d’Italia sul punto ha marcato apertamente la distanza dal resto della maggioranza che governa la Lombardia, il fatto che da sinistra neppure uno abbia avuto la prontezza di sottolineare le divisioni degli avversari significa una sola cosa: che nel Pd e dintorni le posizioni sul tema sono ancora più frastagliate. Il partito di Renzi ufficialmente lascia libertà di voto, scelta obbligata anche dallo spettro delle posizioni in campo. Gran parte dei dirigenti tifa infatti per l’privazione. Il capogruppo in Regione Enrico Brambilla, per dire, ha persino dato alle stampe un libro-vademecum con l’intento di smontare punto per punto il verbo leghista. Il titolo dice già tutto: «Il referendum inservibile». Maurizio Martina, numero due di Renzi e ministro dell’Agricoltura, sottolineava proprio ieri il tragitto virtuoso della regione Emilia «che sceglie di avviare la trattativa col governo» sul federalismo differenziato invece di«perdere tempo e denaro» come Lombardia e Veneto vanno facendo.

, ancorato all’idea che il quesito sia un capriccio leghista, uno strumento di propaganda dalla scarsissima efficacia istituzionale. A sinistra il più netto sul punto è stato Giuliano Pisapia. «Un inganno, una truffa politica, dettata dall’esigenza di Maroni di recuperare la promessa disattesa» sul 75 per cento di tasse mantenere sul territorio», ha scandito di attuale l’ex sindaco. Posizioni chiarissime, se non fosse che anche nel centrosinistra cova la «fronda». Un buon numero di amministratori è infatti di attuale uscito allo scoperto per sostenere le ragioni del sì. Tra questi, due big come il milanese Beppe Sala e il bergamasco Giorgio Gori, l’uomo che sfiderà Maroni nei prossimi mesi. Il quale ha fatto anche di più: è salito sullo stesso palco del governatore, dinanzi a una platea di sindaci, per argomentare il suo voto favorevole. Un sì che, ripete lui, rimane lontanissimo dalle mistificazioni e che va invece inquadrato nel merito e nelle ragioni dell’autonomismo costituzionale, figlie a loro volta della riforma della Carta voluta dal centrosinistra nel 2001.

ha sottolineato un’evidenza: si può tranquillamente andare a votare senza passare per secessionisti o leghisti. Ultimo ingresso nel club, quello del governatore pugliese Michele Emiliano che ha detto di essere solidale con le ragioni del Nord e favorevole all’autonomismo regionalista. Considerate quelle in casa propria, normale dunque che a sinistra neppure uno osi speculare sulle divisioni degli avversari. Persino nel M5S in pochi alzano la voce o puntano il dito. Loro, i grillini, sono per il sì, tanto che due anni fa al Pirellone il via libera alla consultazione arrivò grazie ai loro voti. Dalla base si sollevò più d’un mugugno. La «giustificazione» possedeva una sua efficacia: «È il testo che volevamo noi e che la Lega ha adottato. Come potevamo non votarlo?».