M5S News

Falla nel sistema restituzioni M5S. I parlamentari possono chiederle indietro - Affaritaliani.it

Anche le autostrade cadono a pezzi. Figuriamoci i partiti. Giorni fa il Movimento 5 Stelle, in profonda crisi di consensi e vista la fuga di tanti parlamentari verso il gruppo Misto, ha modificato un articolo dello statuto del Comitato per le restituzioni di parte degli stipendi, organismo voluto in seguito alla “rimborsopoli”, lo scandalo che nel 2018 mostrò come diversi parlamentari 5 Stelle non versassero quanto dichiarato al fondo per il microcredito. Si è deciso che il denaro rimasto a disposizione allo scioglimento del Comitato verrà devoluto al Fondo per il microcredito, a favore della micro imprenditorialità, e non all’associazione Rousseau di Davide Casaleggio, come lo era inizialmente. Ma i problemi sulle restituzioni restano intatti, soprattutto quelli giuridici, e il sistema potrebbe diventare presto una bomba ad orologeria per il M5S.

QUANTO GUADAGNANO I PARLAMENTARI E PERCHE'

Ricapitoliamo. A tutti i parlamentari è garantito un trattamento economico adeguato ad assicurarne l'indipendenza, senza riguardo al patrimonio o al ricavo iniziale, in modo da non dover dipendere da altri soggetti, lobby o partiti politici (anche quello a cui si appartiene), proprio a garanzia della libertà di rappresentare solo e unicamente gli interessi dei cittadini, senza vincoli di mandato verso il partito che li ha eletti. Ogni parlamentare riceve ogni mese una cifra variabile, tra indennità e rimborsi, fatta di voci che mutano a seconda dello stato di famiglia e di altri parametri. Semplificando possiamo dire che i senatori in massima parte incassano al mese una cifra netta che si aggira intorno ai 14.600 euro e i deputati intorno ai 13.900. 

IL SISTEMA DELLE RESTITUZIONI DEL M5S

“Restituire i soldi ai cittadini”, come dicono i 5 stelle, è una scelta fatta dal movimento forse perché la compagine ritiene che gli stipendi parlamentari siano troppo alti. O forse perché come diceva Beppe Grillo agli inizi “non servono soldi per fare politica”. A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. I maligni penseranno che non si sentono all’altezza di quegli stipendi, vista l’impreparazione di molti eletti alle arti e alle discipline della politica. O che le libertà del singolo non siano rilevanti per il movimento, visti anche i continui tentativi dei grillini di introdurre il vincolo di mandato, che imporrebbe di fatto le dimissioni a chiunque eletto sia in dissenso con il partito. 

Fino dai primi mesi del 2019 i parlamentari 5 Stelle eletti versavano le restituzioni di parte degli stipendi su un conto intestato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, destinato ad alimentare il fondo per il microcredito. A fine gennaio 2019 cambia la modalità con la costituzione del Comitato e l’apertura del conto corrente intestato al capo politico Di Maio e ai capigruppo di Senato e Camera. Molti, dentro il movimento, contestano il passaggio: prima dovevano versare ad un fondo pubblico, ora ad un conto privato. E questo non dà sufficienti garanzia di trasparenza. Tanto più perché il Comitato, in quel momento, prevede in caso di scioglimento il versamento delle parti residue a favore dell’associazione Rousseau, che fa capo a Davide Casaleggio, figlio del fondatore Gianroberto. I vertici del movimento si giustificarono sostenendo che la legge obbligava a definire la destinazione di eventuali avanzi di gestione. Vero. Ma perché darli a Rousseau e non allo Stato? Come volevano i contestatori. Così giorni fa la modifica dello statuto del Comitato, decidendo che in caso di scioglimento del Comitato i fondi a disposizione verranno devoluti al Fondo per il microcredito, a favore della micro imprenditorialità, e non all’associazione Rousseau.

Ma anche così il sistema delle restituzioni potrebbe rivelarsi una bomba ad orologeria per il movimento. E lo si comprende facilmente leggendone le regole, come hanno spiegato ad Affari diversi giuristi. Gli eletti dei 5 Stelle si sono impegnati a versare sul conto del Comitato 2.000 euro mensili, spendere altri 1.000 euro al mese per attività politiche sui territori in cui sono stati eletti e dare 300 euro mensili alla piattaforma Rousseau per sostenerla. 

PERCHE' IL SISTEMA DELLE RESTITUZIONI POTREBBE DIVENTARE UNA BOMBA AD OROLOGERIA PER IL M5S

Dal punto di vista giuridico le elargizioni dei parlamentari possono essere qualificate come “impegni a donare”. Questo impegno prende giuridicamente il nome di “preliminare di donazione”. Ed è qui il primo problema. La giurisprudenza non ritiene mai valido il preliminare di donazione, se ha per oggetto l’impegno a donare, cioè dare in futuro un bene o delle risorse, tanto più su un conto privato come quello del Comitato.

Chi si obbliga a donare può sempre ripensarci e tirarsi indietro e non rompe alcun contratto. In più, come ha spiegato anche un giurista come l’avvocato Roberto Cataldi (oltretutto parlamentare del M5S), i 2.000 euro mensili di donazioni che i parlamentari versano sul conto corrente del Comitato per i rimborsi potrebbero essere giudicati nulli dinanzi ad un giudice in quanto non certificati da un notaio, non essendo donazioni di modico valore. Secondo l'articolo 782 del Codice Civile "la donazione deve essere fatta per atto pubblico", redatta cioè da un notaio o un pubblico ufficiale, mentre nel M5S questo non avviene.

La condizione implica che anche chi ha fatto la donazione ha tempo 10 anni per cambiare legittimamente idea chiedendo la restituzione delle somme versate, e visto che sono importanti, ci sarebbero effetti devastanti sul movimento e su chi ha gestito nel tempo il conto.

Una bomba ad orologeria che potrebbe scoppiare da un momento all’altro e diventare di massa in corrispondenza di una crisi di consensi ancora più profonda per il movimento, anche nel momento in cui questo non garantisse più la rielezioni di chi ha versato e si è attenuto a tutte le regole.