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Il ministro e la carta dell'Iva per fronteggiare le promesse dei partiti

Ancora l’altra sera Gentiloni scommetteva con un suo ministro: «Prepara gli scatoloni. Lo fanno, lo fanno...». Nel pomeriggio il premier aveva sentito Di Maio e Salvini, per avvertirli che il governo avrebbe bandito due funzionari dell’ambasciata russa a Roma. Ma aveva intuito che i due stavano pensando a un altro governo: il loro. A chi ha una certa dimestichezza con le cose della politica serve poco per farsi un’idea. E siccome aveva già avuto occasione di contattarli, aveva avvertito un tono eccitato quando — per ragioni d’ufficio — si era intrattenuto a parlare di nomine con entrambi: i vincitori.

, secondo il quale «è difficile che possa nascere un governo politico. Semmai un governo tecnico». Perché è vero che Di Maio e Salvini sembravano intenzionati a chiudere un’intesa, e chi li aveva visti all’opera li aveva descritti come «due ragazzi con la voglia matta di provarci e di farlo in fretta». Ed è altrettanto vero che tra i parlamentari grillini e quelli del Carroccio si era creata in questi giorni una chimica, al punto che — dopo l’elezione di Fico alla presidenza della Camera — aveva fatto impressione la fila di deputati a cinque stelle, in coda per rispettare il leghista Giorgetti.

del celodurismo grillino stiano in agitazione. Tanto da aver chiamato addirittura la Meloni, alla quale è toccato sentire il travaglio di chi le chiedeva con voce tremula: «Non starete facendo sul serio, vero?». Sarebbe un colpo se la purezza, a loro modo di vedere compromessa con l’accordo per le cariche istituzionali, andasse definitivamente persa con l’accordo per un governo politico. Perché Salvini e Di Maio stavano andando avanti, consapevoli però di avere un problema da risolvere: Berlusconi.

. Brunetta, che aveva esposto il petto per il Cavaliere, aveva lasciato palazzo Grazioli dicendo al suo leader: «Se è così, potevi dircelo prima». Poi al gruppo aveva tenuto un discorso che sapeva di commiato, lasciando intuire quali potessero essere i termini della resa a cui non si sarebbe mai sottomesso: «... E magari ci accontenteranno con quattro posti di sottogoverno...». Fuochino. Nel disegno di Salvini e Di Maio, infatti, a Forza Italia sarebbe stato assegnato un ruolo laterale nel governo, con «esponenti di area e non di partito». Così sarebbe stato aggirato il problema.

. E le regole della grammatica politica ieri hanno provveduto a evidenziarlo. L’auto-candidatura di Di Maio a premier è stata insieme una forma di auto-difesa e il tentativo di vedere che effetto faceva nel Pd, dove Renzi continua a vigilare su chi vorrebbe cadere in tentazione, continuando a punzecchiare il reggente. La vicenda ha finito per ispirare la vena letteraria di Franceschini: «Renzi sta a Martina come Grillo sta a Di Maio».

. Giorgetti non si fida più dei grillini e li accusa di trescare con i dem. Tra i dem chi si ribella a Renzi aspetta di sentire le indicazioni di Mattarella, in attesa di uscire allo scoperto al secondo giro di incontri al Quirinale, sperando per allora di «far partire almeno un governo Di Maio di minoranza, così da poter discutere in Parlamento di legge elettorale e di riforme». Forza Italia non si fida della Lega, e infatti si prepara a salire al Colle senza l’alleato. Certo, farà il nome di Salvini come premier, ma a malincuore avrà pronta anche la subordinata del governo istituzionale. Gentiloni vuole ancora fare la scommessa?