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L'ira di Berlusconi (che difende i pm):«Deriva autoritaria e Salvini sta zitto»

È plausibile che da stamani i mercati recuperino un certo contegno. Potrebbe andare in scena anche un certo recupero dei titoli italiani, dato che l’ultima versione del contratto ufficiale di governo fra 5 Stelle e Lega non contiene più le opzioni nucleari. Sono spariti il «congelamento» del pagamento degli interessi, e la «cancellazione» del debito pubblico italiano detenuto dalla Banca d’Italia su soluzione della Banca centrale europea: quella misura, così come espressa nel documento datato alla mattina del 14 maggio scorso, avrebbe rappresentato un default unilaterale dell’Italia; avrebbe messo il Paese nell’illegalità sul piano internazionale; avrebbe sbarrato l’accesso ai mercati per il governo e per migliaia di imprese che devono finanziare il proprio funzionamento; e avrebbe trascinato nel default, con quei 250 miliardi di debito detenuti dalla Banca d’Italia, anche gli oltre duemila miliardi che sarebbero rimasti da onorare; la nota di credito sulla Repubblica italiana da parte delle agenzie di rating, già non lontana dalla soglia del livello «non investimento» («spazzatura»), sarebbe scesa al di sotto e dunque la Bce non avrebbe più potuto fornire liquidità alle banche italiane. Al posto di questi scenari ora c’è solo la proposta, che gli altri governi e la Bce respingono, di rimuovere dai dati ufficiali del debito i titoli già comprati dalla Banca centrale.

Dal documento di M5S e Lega sono scomparse poi anche l’opzione di uscita dall’euro e di un referendum in proposito. Non c’è più neanche il capitolo (misteriosamente vuoto) intitolato alla «riforma della Banca d’Italia» che, secondo alcuni, sembrava preludere alla sua subordinazione alla politica. Né ci sono i piani di usare il risparmio raccolto fra la popolazione da Banco Posta attraverso la Cassa depositi e prestiti, facendo di quest’ultima un braccio finanziario del governo. In quel modo, Cdp sarebbe entrata nel perimetro dello Stato, avrebbe aggiunto il suo debito a quello pubblico e quest’ultimo sarebbe esploso almeno di un ulteriore 10%.

Di tutto questo nel testo ufficiale di M5S e Lega ora non c’è più traccia. Ma la giornata di ieri ha dato un assaggio a milioni di famiglie con il mutuo, a milioni di imprese esposte in banca, a milioni di statali e pensionati che per il loro mensile dipendono dalla capacità del Tesoro di vendere bond, di cosa significhi instillare il dubbio sul futuro dell’Italia nell’euro. L’uscita dei creditori e degli investitori è iniziata immediatamente.

Non è solo che il rendimento dei titoli di Stato a dieci anni è tornato al 2,069%, un livello che non si vedeva da fine febbraio. Né solo che il differenziale con gli equivalenti titoli tedeschi è balzato di 20 punti (0,2%) o che Piazza Affari abbia perso il 2,3% mentre tutte le Borse piazze europee salivano. Tutto questo ieri ha contribuito a impoverire milioni di risparmiatori italiani che hanno dato fiducia bond e azioni del loro Paese. Ma il modo in cui il mercato si è mosso rivela ancora di più. Per la parte breve delle scadenze dei titoli di Stato italiani, il crollo dei prezzi è stato il più violento da cinque anni: neanche il azzardo di uscita della Grecia nel 2015 pesò tanto. L’aumento del rendimento del debito di Roma a cinque anni è stato quattro volte più forte della variazione tipica di un giorno di mercato. In più, a momenti il cedimento nei prezzi dei titoli di Stato a due anni è stato più profondo di quelli dei titoli a dieci: tipico di quando nel mercato corre il sospetto che un governo possa andare verso un default sul debito in tempi relativamente brevi.

Così anche solo la vaga percezione che un Paese possa uscire da una moneta stabile come l’euro, per convertire tutto in una moneta instabile, si dimostra intenibile: gli investitori si cautelano subito vendendo i titoli e dunque facendo salire i tassi d’interesse di quel Paese. Per questo far planare l’opzione dell’uscita è sempre la strada verso l’asfissia finanziaria.