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Salta il vertice nomine di Cdp e Rai, Salvini: «Io non ne sapevo nulla»

ROMA — Cambia lo Statuto, anzi il «non statuto». Cambia il regolamento e cambiano le regole per le candidature. Se ai piani alti spendevano la parola «rivoluzione» per quel che sta accadendo ai 5 Stelle, non avevano tutti i torti. Perché cambierà questo e molto altro nel Movimento, che cerca di darsi una struttura, con non pochi passi nella direzione degli odiati partiti. E che si appresta a un cambiamento anche dello Statuto, quello vero, che ha dato nascita all’«Associazione 5 Stelle» e che finora era presieduta da Grillo. Nascerà una nuova associazione con Luigi Di Maio e Davide Casaleggio. Un modo per sancire in modo non transitorio il nuovo ruolo dell’ enfant prodige dei 5 Stelle, ma anche per scrollarsi di dosso il peso dei tanti ricorsi e guai giudiziari che erano cascati sulla vecchia associazione.

Le regole dovrebbero approdare oggi sul blog, ma già si sa molto.

Di Maio e Casaleggio stanno provando a imporre un deciso cambio di direzione al Movimento. L’obiettivo è: competenze. Sbiadita l’ ideologia dell’«uno vale uno» e del popolo sovrano che decide su tutto e approda in massa in Parlamento. Perché l’«uno» che varrà più di tutti sarà proprio Di Maio: la carica di capo politico durerà per cinque anni e si potrà ricoprire per due mandati. Di Maio avrà l’ ultima parola. Potrà, cioè, stabilire, d’ intesa con il garante Grillo, se tra gli aspiranti parlamentari ci sono personaggi non in linea con le idee e le pratiche del Movimento. Una sorta di ultima parola che ha lo scopo di creare un filtro e scremare il gruppone in arrivo. Un modo per Di Maio per assicurarsi anche un gruppo coeso e fedele. E, come spiega un parlamentare, «per non avere più gente che crede alle scie chimiche».

da risolvere il problema in partenza, arriva l’ armageddon finale per i futuri dissidenti: una multa da 100 mila euro per chi non è linea e cambia gruppo. Multa che i parlamentari si dovranno impegnare a pagare con il nuovo codice di atteggiamento (anche se la validità giuridica dell’ obbligo è molto dubbia). Modello capestro imposto già alla sindaca Virginia Raggi (ma non a Chiara Appendino, che si è rifiutata).

Perché finora il Movimento si era blindato, con qualche eccesso paranoico, dai rischi di intrusione di voltagabbana e personaggi con una storia politica diversa alle spalle, aprendo le porte solo agli iscritti. E nella scorsa legislatura erano approdati in Parlamento solo militanti della prima ora e iscritti. Nelle prossime elezioni, invece, si è deciso che si allargheranno le maglie e per i collegi uninominali potranno proporre la candidatura anche persone della società civile, non iscritti a M5S. Professionisti, imprenditori, manager. Un modo anche per cercare di essere più competitivi nelle sfide sui collegi, spendendo nomi noti. Proprio come fanno gli altri partiti. Ma c’ è un altro motivo per cui si vuole candidare professioni e manager. Perché alcuni di loro saranno chiamati nella squadra (ipotetica) di governo da Di Maio. E così avranno un’ ulteriore legittimazione e non sembreranno estranei al Movimento. I nomi? Per ora non si fanno. Ma non è un segreto la adiacenza a M5S di personaggi come Salvatore Settis, Nicola Gratteri e Raffaele Guariniello.