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Il ministro e la carta dell'Iva per fronteggiare le promesse dei partiti

Due grandi ostacoli e nuove prospettive. Il dialogo tra il Movimento e la Lega vacilla dinanzi al nodo della premiership e al ruolo di Silvio Berlusconi. L’ala ortodossa, quella vicina a Roberto Fico e a Paola Taverna, scalpita. «Mai un Nazareno bis» è il mantra che i falchi ripetono: una chiusura pressoché totale nei confronti non verso tutti gli azzurri, ma verso il leader forzista e i parlamentari a lui più vicini. «È una guerra di logoramento, bisogna stare attenti perché si può cadere nelle sabbie mobili della diplomazia»: tra i Cinque Stelle serpeggia questo messaggio insieme alla persuasione che prima o poi la condizione si sbloccherà.

la linea tracciata già dopo le elezioni. Con veti (per gli altri partiti) e scricchiolii (interni). Luigi Di Maio con il suo intervento sul blog è stato chiaro: rivendica per sé la guida del futuro esecutivo. L’idea è di far convergere La Lega o quelli che scherzando (ma non troppo) qualche parlamentare definisce i «responsabili 3.0», tutti insieme per un governo a trazione pentastellata con punti chiari e numeri affidabili in Parlamento. Senza campagne acquisti, però. Una «convergenza naturale» nell’interesse del Paese con punti chiari da affrontare per «via parlamentare». Un’ipotesi che include anche una fetta di dem derenzizzati. «Se qualche leader politico ha intenzione di tornare al passato creando governi istituzionali, tecnici, di scopo o peggio ancora dei perdenti, lo dica subito», ha chiarito il capo politico del Movimento. Da qui l’attrito con Matteo Salvini, che è su posizioni divergenti.

nomine per le aziende partecipate dallo Stato) e, soprattutto, sulle scelte per gli uffici di presidenza. I Cinque Stelle dovrebbero lanciare dei segnali distensivi ai dem, riaprendo la partita del doppio forno. Nonostante voci contrastanti, alla fine al Pd dovrebbero andare due vicepresidenze: una alla Camera e una al Senato. Ipotesi che si scioglieranno solo domani (ma che di fatto riaprono la politica del doppio forno pentastellato). Intanto, nelle prossime ore Di Maio farà la sua mossa per rompere il ghiaccio. Stabilirà un’agenda di incontri (non è ancora chiaro se con i leader o i capigruppo) prima delle consultazioni al Colle. La diplomazia tra partiti torna alla ribalta. I tempi potrebbero dilatarsi. «I giri di consultazioni potrebbero anche essere tre», c’è chi ipotizza nel Movimento.

Ad agitare il Movimento è anche lo statuto dei gruppi parlamentari, un testo che rivendica «fedeltà al programma, trasparenza, serietà, partecipazione attiva» secondo i pentastellati. «Nulla di più di quanto previsto dal codice etico» minimizza il capogruppo a Palazzo Madama, Danilo Toninelli. Ma i malumori sono diffusi. «Troppo poco potere all’assemblea», lamentano alcuni deputati pentastellati. Di Maio — presente alla riunione dei deputati — avrebbe fatto presente che chiamare l’assise per singole scelte sarebbe oltremodo difficile: più potere verrà dato agli iscritti su Rousseau.

riserve. Un passaggio, quello su un tetto al numero di leggi da presentare, considerato come un paletto all’azione legislativa «intollerabili». Il passaggio poi è stato rimosso. Tra le novità, sono previste sanzioni per la «mancata contribuzione economica alle attività del Movimento». Rimangono, invece, come nella passata legislatura, le votazioni online per ratificare eventuali espulsioni dal gruppo. Intanto gli ortodossi si sono candidati numerosi per gli incarichi degli uffici di presidenza, segno che la nomina di Roberto Fico non ha del tutto placato la volontà di avere un peso maggiore nel gruppo.