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L'attesa di Salvini: «Domenica Di Maio avrà un'altra mazzata»

Nelle settimane che seguono un evento elettorale solitamente i sondaggi fanno registrare una crescita di consenso per le forze politiche che hanno vinto. Si tratta di un fenomeno denominato bandwagon, una sorta di attitudine a salire sul carro del vincente, che trova conferme anche nella rilevazione odierna. Infatti, a poco meno di un mese dalle elezioni, gli orientamenti di voto degli italiani fanno registrare un rafforzamento del M5S (+1,2%), che consolida il proprio primato, e soprattutto della Lega (+1,8%), che si colloca al secondo posto scavalcando il Pd, sostanzialmente fermo sui risultati del 4 marzo (+0,1%), e aumentando il vantaggio su Forza Italia, in flessione dello 0,9%. Tutti gli altri partiti risultano in diminuzione di qualche decimale. In attesa delle consultazioni del presidente della Repubblica che prenderanno avvio il 4 aprile, la formazione della maggioranza di governo appare sempre più un rebus. La definizione di un’intesa in tempi molto ristretti tra M5S e centrodestra per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato aveva fatto presagire un tragitto relativamente breve per dare vita a un nuovo esecutivo. Al contrario le dichiarazioni di questa settimana dei principali protagonisti, Di Maio e Salvini, lasciano intendere che le posizioni sono molto distanti e tutte le ipotesi rimangono aperte.

si conferma quella tra M5S e Lega (35%), sebbene in diminuzione rispetto a due settimane fa (37%); a seguire si colloca l’alleanza tra M5S e Pd, indicata dal 18%, quindi quella tra M5S e l’intatto centrodestra (14%, in crescita di 2 punti). Si dimezza invece il consenso per un accordo tra Pd e centrodestra, oggi al 6%, e aumenta l’incertezza sulla compagine di governo preferita (da 21% a 27%). Le opinioni tra gli elettori dei diversi partiti sono alquanto diversificate: tra i pentastellati il 58% privilegia l’intesa con la Lega ma una quota non trascurabile (24%) preferirebbe quella con il Pd, mentre solamente il 3% opterebbe per una maggioranza più larga, con l’intatto centrodestra, a conferma di un atteggiamento critico nei confronti di Forza Italia e del suo leader. Tra i leghisti quasi due terzi (63%) vorrebbero allearsi con il M5S e il 18% opterebbe per l’intatto centrodestra con i pentastellati. Opinione, quest’ultima, prevalente tra gli elettori di Forza Italia (52%), una parte dei quali tuttavia (38%) vedrebbe bene un esecutivo che non comprendesse il loro partito: 5 Stelle e Lega (24%), 5 Stelle e Pd (14%). Da ultimo, le opinioni dei dem appaiono meno univoche: uno su tre (34%) infatti preferirebbe un governo con i pentastellati e solo il 5% con il centrodestra mentre il 38% è indeciso e il 23% vorrebbe che altri prendessero la responsabilità del governo.

il 35% infatti prevede un esecutivo formato da 5 Stelle e l’intatto centrodestra mentre il 29% si aspetta il binomio M5S-Lega. Le altre due ipotesi sono giudicate poco percorribili e vengono indicate solo dal 4% degli intervistati. Quindi, pur in uno scenario molto articolato, la maggioranza relativa degli italiani si attende un governo M5S-centrodestra anche se preferirebbe un’intesa M5S-Lega. E contestualmente, come sappiamo da altre ricerche, tra gli elettori diminuisce il consenso per nuove elezioni o governi di scopo mentre aumenta l’aspettativa di un governo che possa durare tutta la legislatura e si colgono segnali di peggioramento del clima economico e di fiducia nel futuro del Paese. Ma ammesso e non concesso che Di Maio e Salvini possano trovare un accordo, cosa hanno in comune queste due forze politiche? Apparentemente poco. I rispettivi elettorati hanno un profilo diverso: i pentastellati sono più giovani, più istruiti, appartenenti al ceto medio impiegatizio, lavoratori nel settore pubblico e disoccupati.

, hanno una forte componente tra lavoratori autonomi, commercianti e artigiani, tra le piccole imprese, tra gli operai e tra i lavoratori del settore privato. E, come noto, M5S e Lega presentano ragguardevoli differenze territoriali. Insomma, esprimono domande e aspettative diverse che si sono tradotte in proposte politiche sostanzialmente diverse, i cui punti di convergenza sembrano davvero limitati: l’intervento sulla riforma Fornero e la lotta agli sprechi e ai costi della politica. Sulla maggior parte degli altri punti del programma sembrano davvero agli antipodi, per modello su Flat tax e ricavo di cittadinanza. Ma, forse, è proprio questa distanza che potrebbe rappresentare il miglior motivo per trovare un accordo che, inevitabilmente, dovrà essere basato su un compromesso. Infatti, pur di dar vita ad un esecutivo nell’interesse del Paese, Di Maio e Salvini potrebbero essere disposti a rinunciare alle proposte più estreme. E ciò può rappresentare una sorta di alibi nei confronti dei rispettivi elettorati e consentire di ridurre il azzardo di perdita di consenso. Ma non è escluso che l’ipotesi di nuove elezioni (pronosticata da Salvini al 50%) possa essere una tentazione per i due leader, con l’obiettivo di lanciare un’Opa nei confronti di chi è uscito ammaccato dalla consultazione di marzo e molto probabilmente farà fatica a riprendersi a breve.