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Destra e M5s affossano la riforma delle carceri

Destra e M5s affossano la riforma delle carceri

Nell’odg della commissione speciale non è stata inserita la riforma dell’ordinamento giudiziario. L’alt imposto da Lega e M5s: un altro tassello per un futuro governo insieme

Era una legge attesa da anni. Alla sua approvazione alla fine dell’ultima legislatura avevano esultato in tanti. Magistrati, avvocati penalisti, società civile, associazioni.

Eppure c’è chi, dopo l’ok del Parlamento, aveva attaccato la riforma dell’ordinamento penitenziario definendola una misura “salva-ladri” (Salvini e Meloni) e una norma “che i cittadini non vogliono” (M5s). Un punto – l’ennesimo – su cui trovare un accordo politico tra Cinquestelle e Lega. Un altro tassello che si aggiunge a quelli già posati per formare quella alleanza tra pentastellati e centrodestra in un eventuale prossimo governo. La sistematica esclusione del Pd dai giochi ne è la prova.

L’ennesima è quella data ieri alla Camera. La commissione speciale, oltre a non voler riscrivere la legge elettorale, ha deciso di non esaminare i decreti legislativi sulla riforma dell’ordinamento penitenziario, quelli che servono per attuare la legge. Il grillino Alfonso Bonafede aveva minacciato di intervenire sulla legge e così è stato. Ma più che intervenire, la strategia è non intervenire per farla decadere. La scusa ufficiale è che nella commissione speciale non siedono parlamentari competenti.

Un’obiezione smontata dalla ministra per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro: i gruppi parlamentari, come è stato già fatto in passato, possono chiedere un’integrazione su provvedimenti specifici inserendo persone adatte a valutare i decreti. Nonostante il pressing del governo, però, la soluzione è stata presa. A parte il sì di Pd e Liberi e Uguali, tutti gli altri hanno espresso parere contrario.

Quindi ora bisognerà attendere che si formi una maggioranza di governo e di conseguenza gli organismi di rappresentanza parlamentare affinché la legge arrivi in commissione Giustizia. La delega per perfezionare i decreti attuativi scadrà a fine luglio. Ma non si tratta tanto di un problema di tempi, quanto di governo. Il punto è che la legge poi dovrà tornare al governo e se dovesse formarsi un esecutivo di grillini e leghisti la legge sarebbe destinata a morire.

“Consideriamo sbagliata, oltre che grave, la scelta della maggioranza della conferenza dei capigruppo della Camera di sottrarre all’esame della commissione speciale i provvedimenti sulle carceri – ha commentato il deputato Pd Walter Verini – In particolare, quello che riguarda l’ordinamento penitenziario, che ha conosciuto un iter partecipato e ricco di approfondimenti, con l’espressione dei pareri delle Commissioni. La stessa legge di stabilità stanzia risorse per l’applicazione della riforma che va nella direzione di far scontare le pene cercando di rieducare e recuperare chi ha sbagliato, per non farlo tornare a delinquere così da difendere anche la sicurezza dei cittadini. Non c’erano e non ci sono motivi seri per ritardare l’approvazione finale della riforma, sollecitata anche da tanta parte dell’avvocatura, dell’associazionismo, del volontariato, della stessa magistratura”.

Lo stupore del garante per i detenuti

Oltre all’amarezza del Pd, del governo e in particolare del ministro della Giustizia Andrea Orlando che ha firmato la riforma, sono in tanti a esprimere il loro dissenso per la soluzione di ieri. Anche il garante dei detenuti Mauro Palma ha espresso “stupore” per la notizia e ha chiesto di rivedere l’ordine del giorno della commissione speciale e introdurre anche la legge che è frutto di anni di lavoro attraverso “un largo coinvolgimento di operatori e analisti del settore, forze intellettuali, sociali, nonché ovviamente dei membri del Parlamento della XVII legislatura che hanno approvato un testo di Legge delega fedelmente ripreso e a volte anche in modo più ristrettivo dai decreti che attendono l’ultimo formale passaggio”.

Non includere lo schema di decreto sulla riforma nell’ordine del giorno “denota una disattenzione grave rispetto all’ampio mondo di coloro che tale provvedimento da tempo attendono: non si tratta soltanto delle persone in esecuzione penale, si tratta anche di giuristi, magistrati, avvocati, direttori degli Istituti, operatori penitenziari di molteplice profilo che hanno dedicato nel tempo intelligenza ed energia nel proporre le linee per una esecuzione penale corrispondente in modo chiaro alla previsione costituzionale. Significa non considerare che proprio tale processo di coinvolgimento e previsione normativa ha determinato una nuova fiducia dell’Europa che, partendo da una prospettiva di sanzione nel 2013 per condizioni detentive irrispettose della dignità della persona, è giunta a riconoscere i passi che l’Italia ha compiuto per sanare tale grave criticità. Con il azzardo che si possa riaprire la questione ora che il Parlamento manda un segnale di non volontà di proseguire tale tragitto”.

L’appello dei penalisti

Anche gli avvocati penalisti – “increduli” per la soluzione della commissione speciale – hanno lanciato un appello ai deputati affinché lo schema di decreto “venga immediatamente inserito all’ordine del giorno”. Per i penalisti è “gravissimo che la volontà del Parlamento, organo rappresentativo della volontà dei cittadini espressa con chiarezza dalla delega, e le raccomandazioni della Cedu, trovino, a pochi passi da una pur minima realizzazione, un improvviso e irragionevole arresto a causa del mancato inserimento dello schema di decreto nei lavori della commissione speciale della Camera dei deputati, in quanto ritenuta materia non urgente”. Dando la priorità invece ad altri temi “quali ad modello la distribuzione assicurativa, di aeromobili e armamenti, di pacchetti e servizi turistici, dell’incompatibilità degli amministratori giudiziari, dei diritti pensionistici complementari”.

Materia non urgente, è la giustificazione. Eppure l’obiettivo della riforma era rafforzare le misure alternative al carcere e abbattere il tasso di recidiva, uno dei più alti d’Europa. La dimostrazione che il carcere, oltre a rappresentare una spesa importante per l’Italia – quasi 3 miliardi l’anno per il trattamento dei detenuti – non rappresenta neppure un buon deterrente.