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Referendum: preoccupa la subalternità del Pd al M5S

Non è facile esprimere un’opinione sulla attuale soluzione della direzione del Pd, con la quale è stata data l’indicazione a iscritti e simpatizzanti di votare «Sì» nel referendum costituzionale del 20 settembre prossimo. Non ci si può astrarre, infatti, dalla condizione generale in cui versa il Paese, reduce com’è dalla più grande crisi economico-sociale mai patita dalla proclamazione dello Stato nazionale, il 17 marzo 1861 a oggi, a dispetto di due guerre mondiali, varie guerre locali, tre grandi crisi economiche e disavventure varie. 
Tuttavia, dobbiamo prendere atto che il governo 5Stelle-Pd si è trovato ad affrontare problemi inimmaginati e a sopravvivere in una distopia drammaticamente trasformatasi in attualità.
Non formuleremo alcun giudizio sull’attività del gabinetto Conte II. Sottolineiamo soltanto che, oggi, rimangono aperti numerosi problemi vitali per il presente e per il domani, il più immediato dei quali, la scuola, è ancora nel limbo delle incertezze, mentre l’altro, l’utilizzazione del Recovery Fund e degli altri sostegni europei, Mes in prima linea, si trova nello stadio di elaborazione delle linee strategiche, rimanendo inaggiudicato il destino del Mes-sanità. Anche qui, ci sono opinioni divergenti e inconciliabili: siamo nei tempi o siamo in ritardo rispetto, per modello, a Francia e Germania che hanno già raggiunto un più avanzato livello di pianificazione? L’unica risposta plausibile è un «Sì» per entrambi i quesiti: un «Sì» che lascia insoddisfatti.

Il fatto sostanziale è che, archiviato l’anno della coalizione - rissosa - M5S-Lega, l’anno M5S-Pd si presenta come sì travagliato, ma per fatti esogeni non per seri dissensi tra i partner della coalizione di governo. E questa percezione di relativa tranquillità - a parte ciò che si muove in modo opaco e coperto tra i grillini - deriva dalla sostanziale e formale accondiscendenza del Pd ai temi e alle scelte dell’alleato. Il che non può che preoccupare gli amanti della democrazia repubblicana, quale nata dalla Resistenza e dalla lotta di Liberazione, visto che i grillini rappresentano in politica una serie di posizioni che confliggono i presupposti della Repubblica e la lettera e lo spirito della Costituzione. Pervasi come sono dal preconcetto antiparlamentare e da una concezione della vita del movimento del tutto priva dei principi di libera dialettica interna e del diritto di dissenso.
La preoccupazione non è tanto, oggi, rappresentata dai 5Stelle, anche se la lettura, per modello, di Sindrome 1933 di Siegmund Ginzberg (Feltrinelli editore) e dei libri e degli articoli di Jacopo Iacoboni (La Stampa), il più impegnato giornalista d’inchiesta sul Movimento, suscita seri timori su di esso e sui suoi dirigenti- quanto dalla posizione del Pd, travolto da una deriva governativista che non conosce interruzioni.
Dopo avere rinunciato a qualsiasi contestazione interna alla coalizione, oggi, con l’indirizzo della direzione del Pd per il «Sì» referendario, si regala al partner (che, salvo in un caso, concorre alle regionali in modo autonomo, favorendo così i candidati del centro-destra) una vittoria politica insperata. «Il taglio dei parlamentari è il primo passo», annuncia Luigi Di Maio, ma non si capisce quali siano i successivi: se sono quelli che - più o meno - conosciamo, brutte notizie arriveranno presto agli italiani a partire dal rifiuto del Mes, il finanziamento incondizionato di una spesa sanitaria per 36 miliardi di euro. 
La percezione è che, dolorosamente, il presagio di Tiresia sia più che mai attuale: «Zeus acceca chi vuole perdere».