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La destra contro il taglio ai sussidi alle fonti fossili. M5S: inventano fake news per difendere gli inquinatori

Costa: non è aumento tasse, ma passaggio al green. Muroni: manca un’accelerazione sulle rinnovabili e favori e agevolazioni all'estrazione dei fossili

Il taglio  – graduale o rapido – dei sussidi alle fonti fossili lo hanno chiesto un po’ tutti, dal segretario dell’Onu Guterres a Papa Francesco, ed è uno dei punti degli accordi climatici internazionali, tanto che banche, fondi di investimento e anche multinazionali annunciano  disinvestimenti dalle energie fossi e governi di centrodestra di tutto il mondo hanno i tagli a questi incentivi nei loro programmi. Ma non la destra italiana che continua la sua campagna pro-petrolio e fa da ascaro occidentale ai governi iperconservatori e negazionisti climatici dell’Europa orientale che vogliono continuare a bruciare carbone.

Una posizione venuta nuovamente a galla negli ultimi giorni, tanto che  i deputate e i senatori del MoVimento 5 Stelle in commissione ambiente partono all’attacco: «Sui sussidi statali alle attività economiche più inquinanti i giornali che fanno riferimento al centrodestra diffondono notizie false confermando la loro mala fede e il loro completo disinteresse per l’ambiente e quindi per la salute degli italiani. Per gettare fango e difendere le lobby del petrolio e i dinosauri delle fonti energetiche fossili, un giornale oggi afferma che il ministero dell’Ambiente avrebbe basato le scelte di rimodulazione dei cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi su un fantomatico sondaggio on line con 327 voti.  Siamo alla falsificazione della realtà: il presunto sondaggio è una consultazione pubblica e il lavoro di revisione di questi sussidi, finalizzato a dare sostegno pubblico alla riconversione ecologica delle imprese più inquinanti, è in corso dall’inizio della legislatura e ha coinvolto diversi ministeri, portatori di interessi e cittadini a più riprese. Se a qualcuno non piace il nostro impegno e quello del ministro Costa a usare quei miliardi che vanno a chi inquina per farlo produrre in maniera pulita e creando più posti di lavoro, lo dica apertamente piuttosto che inventare fake news: i cittadini devono sapere chi vuole fermare il progresso in questo Paese».

Intervistato da 4Mattino su Radio 24, il ministro dell’ambiente Sergio Costa ha evidenziato che «La riduzione dei Sussidi ambientalmente dannosi “non serve ad aumentare le tasse, ma a compensare un passaggio dal no green al green: la cancellazione è già prevista dall’accordo di Parigi firmato a livello internazionale da 198 Paesi al mondo»

Secondo Costa, è «Un impegno assunto dall’Italia in tempi non sospetti ed equivale alla trasformazione dei Sad (sussidi ambientalmente dannosi), che è in corso. Si tratta quindi di lasciarli in mano alle stesse categorie che godono di quelli dannosi, per trasformarli in green, il cosiddetto saldo zero. Non serve ad aumentare le tasse, ma a compensare un passaggio dal no green al green, quindi si parla di un livellamento del passaggio, per modello come il gasolio. Ma ce ne sono tanti di questi sussidi, che ammontano a oltre 19,7 miliardi di euro su base annua. Noi vogliamo farli diventare 19,7 miliardi di euro green alle stesse categorie, per cui neppure uno ci rimette nulla».

Il ministro respinge le critiche e le accuse di voler far cassa che vengono da destra e da ambienti confindustriali e ricorda  che «La legge di Bilancio attuale, approvata per il 2020, prevede che il lavoro che stiamo facendo sia fatto insieme ai ministeri dell’Economia, dei Trasporti e dello Sviluppo economico, cioè quattro ministeri che concordano sulla linea data da me e quindi per il passaggio dai sussidi dannosi ai favorevoli (green): dunque non serve per fare cassa, ma per aiutare coloro che passano al green e quindi rimane alle categorie. In questi giorni, oltre alle associazioni ambientaliste, abbiamo sentito anche l’Unione petrolifera, che non ha alzato le barricate: ha detto “ci sta bene”‘ e ha fatto anzi delle controproposte. E su quello stiamo lavorando assieme».  

Non a caso la posizione del governo è contestata da sinistra da Rossella Muroni per motivi esattamente opposti rispetto a quelli filo-petroliferi sbandierati dalla destra. La deputata di Liberi e Uguali ed ex presidente di Legambiente scrive sulla sua pagina Facebook:  «Sono uscita dall’Aula durante il voto sul decreto Semplificazioni. Già dopo il decreto Rilancio avevo detto che l’avrei fatto ma ho sperato fino all’ultimo di poter contribuire a cambiare il testo. La fiducia posta dal Governo non me lo ha consentito.  Non si può sbandierare la svolta green del Paese e poi, nei fatti, fare il contrario: invece di sostenere impianti e fonti rinnovabili, ancora una volta aiutiamo i signori delle trivelle e delle estrazioni degli idrocarburi.  E’ una grande disillusione ma, soprattutto, è l’ennesima occasione persa. Per questo non ho potuto votarlo».

In un’intervista a Fanpage.it, la Muroni spiega: «La cosa che mi preoccupa è che se da una parte manca questa accelerazione sulle rinnovabili, dall’altra ho visto in alcuni articoli, e su quello poi ho gettato la spugna, che invece non si sono risparmiati favori e agevolazioni all’estrazione dei fossili. Parlo in particolare dell’Eni e alle norme che riguardano la semplificazione sugli oleodotti, sullo stoccaggio della CO2 e sull’abbassamento delle royalties. Tutte cose che riguardano l’Eni, i fossili e quindi un modello che va esattamente dalla parte opposta. È questo a cui io avrei messo mano. Avrei scelto una direzione precisa con cui favorire la vita alle rinnovabili e, non fare la guerra, ma accompagnare l’estrazione dei fossili nel posto dove merita, cioè il passato».

Ma quel che sembra blando a un’ambientalista di sinistra appare evidentemente pericoloso a una destra sovranista e sempre più negazionista climatica e, di fatto, alleata alle multinazionali energetiche globali, incapace di uscire da una concezione fossile dell’economia.