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Dialogo Pd-M5S, lezioni dal passato

Sarò smentito ma, contro l'opinione dei più, specie in queste ore, mi ostino a pensare che la partita per il governo sia altra, diversa e più complessa di quella sulla presidenza delle Camere e che, per il M5S, l'accordo con il centrodestra non sia la prima scelta.

Esso ha ingoiato, votandola, la ultraberlusconiana Casellati alla presidenza del Senato, ma altra cosa, ben altrimenti ostica, sarebbe farci un governo insieme. Del resto, perché non dare credito a Di Maio quando assicura che quella del governo è partita diversa e che decisivo è semmai il criterio delle convergenze o delle divergenze programmatiche, circa le quali, checché ne dicano gli osservatori superficiali o prevenuti, le distanze dal Pd sono meno grandi rispetto a quelle dal centrodestra e comunque da sottoporre a verifica dentro un serrato confronto?

Ovviamente molto dipende dal Pd. Il quale - tramortito, acefalo e diviso, ancora ostaggio del "sindacato di blocco" renziano – a dispetto delle smentite di rito, è arroccato sull'Aventino. Cioè votato alla sterilità politica, al boicottaggio istituzionale, alla logica del "tanto peggio tanto meglio", proprio quando avrebbe potuto (potrebbe?) incunearsi nelle altrui contraddizioni.

Ma forse ancora la partita non è chiusa. Può il partito che fu di Mattarella intestardirsi su una posizione sorda al generale appello alla responsabilità del capo dello Stato? Se, "spes contra spem", il fronte antirenziano del Pd avesse un sussulto di vita e andasse a "vedere" le carte dei 5 stelle?

Senza pregiudizi e senza sconti. Se si disponesse a un confronto dall'esito aperto, per nulla scritto? Perché l'unica concreta alternativa sarebbe un governo Di Maio-Salvini, con elezioni a breve, concepite e vissute come ballottaggio tra i due, che ridurrebbe tutti i soggetti terzi al ruolo di comparse votate alla sconfitta se non alla disfatta.

Una prospettiva infausta per il paese e per il Pd. Intendiamoci: spetta a Di Maio l'onere di prendere l'iniziativa, di uscire dalla supponente, velleitaria autoreferenzialità, di avanzare una proposta politico-programmatica sensibile di propiziare un confronto, un negoziato, un compromesso.

Su tutto: su programma e squadra di governo, persino sulla casella numero uno. Con sullo sfondo soluzioni che attingano alla fervida creatività politico-istituzionale della prima Repubblica: astensioni incrociate, sostegno esterno, non sfiducia...

A ben riflettere, non sorprende che si riaffaccino i moduli della prima Repubblica, dopo il tramonto del bipolarismo e del paradigma maggioritario che hanno informato la seconda Repubblica e dopo l'introduzione di una legge elettorale a dominanza proporzionale.

Proprio questa circostanza rende plausibile fare appello alla memoria della prima Repubblica. Soprattutto per chi, come il Pd, più di altri, nel bene e nel male e con tutte le differenze del caso, affonda le proprie radici nei partiti-cardine di quel sistema e di quella pur remota stagione politica.

La memoria creativa (non meccanica) di quegli antenati forse può suggerire al Pd qualche suggerimento utile in rapporto alla crisi presente. Ne suggerisco tre, che concernono i tre partiti principali di quel mezzo secolo. Ribadisco: al netto delle differenze di contesto.

Il Pci fu il partito perno dell'opposizione. Una opposizione in certo modo obbligata nel quadro della guerra fredda. E tuttavia una opposizione "repubblicana", che, pur dall'opposizione, contribuì allo sviluppo della democrazia italiana. Cooperando più intensamente in alcuni passaggi: la Resistenza, la scrittura della Costituzione, la lotta al terrorismo, sino alla solidarietà nazionale, pur diversamente concepita da Pci e Dc.

Per i primi, dentro la strategia berlingueriana del compromesso storico, per i secondi dentro la visione morotea della "terza fase", propedeutica alla "democrazia compiuta" e dell'alternanza. In ogni caso, sino alla partecipazione del Pci non al governo ma tuttavia alla maggioranza che lo sosteneva, il giorno stesso del rapimento di Moro. Dunque, fiducia al governo, senza parteciparvi organicamente.

Il Psi. Per quasi un decennio, gli anni ottanta, Craxi fu in certo modo il dominus della politica italiana nonostante il suo partito si aggirasse intorno al 9-10%. A dire che, dentro un assestamento proporzionale, chi sa praticare una politica dinamica, di iniziativa e di movimento, persino, se si vuole, un po' corsara; chi sa fare valere il proprio "potere di coalizione", pur da posizioni di minoranza, può esercitare protagonismo e conquistare centralità. Avendo altresì a che fare con signori partiti, ben altrimenti forti e strutturati, quali Dc e Pci.

Un precedente che mi sovviene pensando al 18% del Pd, strasconfitto, e tuttavia – un paradosso originato da una bislacca legge elettorale – oggi virtualmente decisivo, politicamente e per la stessa sorte della legislatura testé inaugurata.

Infine la Dc di Moro. Nei giorni precedenti al suo rapimento, Moro riuscì a portare tutto il partito, sulle prime recalcitrante, ad aprire all'ingresso del Pci nella maggioranza. Ancorché non nel governo. Esercitando la sua "intelligenza degli avvenimenti", intessuta di lungimiranza politica e capacità persuasiva. Il paragone è un po' tirato, ma la contestualità con il quarantennale di via Fani mi suggerisce il parallelismo.

Ovvio che, d'istinto, elettori e militanti del Pd oppongano resistenza all'idea di un dialogo con i 5 stelle, ma può il Pd, il partito di Mattarella, cavarsi fuori e liquidare la questione arroccandosi, facendo lo spettatore, con l'argomento curioso secondo il quale gli elettori (anche i suoi?) lo avrebbero voluto all'opposizione?

In regime proporzionale, gli accordi si fanno dopo in parlamento. Non sono in presa diretta gli elettori a decidere le formule di governo e dunque chi sta nella maggioranza e chi all'opposizione. Ho ragione di ritenere che chi ha votato Pd non voglia l'irrilevanza dei propri rappresentanti.

Semmai che essi, interpretando attivamente il mandato, si giochino i propri talenti, non li sotterrino. Certo, la cosa va spiegata. Il partito ce lo si deve portare. Ma questo presuppone appunto un partito non irrisolto circa il proprio profilo e il proprio posizionamento sull'asse destra-sinistra, nonché un gruppo dirigente. Temo che proprio qui stia la radice del problema.

Nell'ultimo discorso di Moro ai gruppi parlamentari Dc, che li convinse al coinvolgimento del Pci, egli prospettò loro una linea ispirata a "flessibilità costruttiva".