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Lavoro, welfare e banche: il folle contratto Pd-M5S

Carlo Calenda ricorda il motto lanciato su Twitter da Renzi l'ultima volta che si era parlato di un governo Pd-M5s: «#senzadime». E aggiunge i commenti dei renziani, da Luigi Marattin a Ivan Scalfarotto, che si erano accodati e che ora saranno costretti a rimangiarsi gli insulti verso i grillini in nome del nuovo patto giallorosso a cui la diplomazia del Pd lavora già da giorni.

Ma se la coerenza in politica è un valore deprezzato e gli insulti reciproci saranno presto dimenticati, il vero problema è cosa potranno fare insieme i due partiti che da dieci anni giurano di essere l'uno l'antitesi dell'altro. I punti di contatto culturali ci sarebbero, dallo statalismo al giustizialismo, che in fondo vede nella «questione morale» di Berlinguer il vero precursore dell'uso della giustizia contro l'avversario politico. Se però si scende nel concreto, si scopre che stavolta Danilo Toninelli dovrà essere ancora più concentrato per scrivere il contratto di governo «giallorosso».

Partiamo dal lavoro, terreno prediletto sia di Renzi che di Di Maio. Per i Pd il Jobs act è la principale realizzazione dell'era renziana, per il M5s è una legge scritta «da assassini politici». Cosa prevederà il contratto? Magari di abrogare il Jobs act per accontentare i grillini e poi di riapprovarlo per far felice il Pd.

Per conciliare le politiche sui vaccini, si potrebbe continuare nel solco del gioco di parole tracciato dal ministro della Salute Giulia Grillo passando da «obbligo flessibile» di vaccinazione a «obbligo flessibile obbligatorio». Basterà non dirlo a Roberto Burioni.

Sulle banche, come denunciato da un allarmato Gianluigi Paragone («E magari poi alla commissione d'inchiesta sulle banche dovrei essere votato dalla Boschi? Sì, vabbè...»), le cose si fanno ancora più complicate: come condannare i renziani e assolverli contemporaneamente per i salvataggi bancari? È però vero che una volta messi di fronte alla necessità di evitare il crac di una banca, la genovese Carige, i grillini, d'accordo con la Lega, hanno partorito un decreto che ricalcava quello di Gentiloni per Mps del 2016. Sulla linea da tenere nelle crisi aziendali che sono diventate tra i più feroci terreni di scontro tra i due partiti, l'unica soluzione potrebbe essere di procedere a zig-zag. L'Ilva ad modello: agli acquirenti si potrebbe dare l'immunità sui reati ambientali nei giorni pari (Pd) e toglierla nei dispari (5 stelle).

Anche sulle concessioni autostradali c'è stallo: toglierle ad Atlantia seguendo Toninelli o lasciargliele come vuole la sinistra? È pur vero che il governo ha minacciato tanto ma agito poco: ci si potrebbe accordare inserendo la promessa categorica di revocare le concessioni «prima o poi». Per il ricavo di cittadinanza la soluzione potrebbe essere di lasciarlo in vigore contemporaneamente al ricavo di inclusione, lasciando al cittadino la scelta tra i due.

Appare più facile invece mettersi d'accordo sull'immigrazione: in fondo il Pd ha dapprima mandato le navi a caricare i migranti e poi, con una conversione a U che ha pochi precedenti nella storia politica, chiamato il ministro Minniti a bloccare quel traffico. In fondo il Pd non disdegna la politica del «ma anche» fin dai tempi di Veltroni. C'è poi un tema su cui c'è da scommettere, purtroppo, che i due partiti si troveranno facilmente d'accordo: le tasse, «bellissime» secondo la sinistra, fanno rima con l'assistenzialismo e lo statalismo dei grillini.

Alla fine resteranno fuori solo la Luna (ci siamo stati oppure no?) e le scie chimiche. Su questo il contratto giallorosso lascerà libertà di coscienza.