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Il M5s e l’Ilva: cambiare i fatti per restare della stessa opinione

Al direttore - Mentre la sopravvivenza dell’acciaieria di Taranto è ancora appesa a un filo, squillano le trombe contro il capitalismo rapace della multinazionale euroindiana e tornano in auge fantasiosi progetti di nazionalizzazione. Forse gli altiforni non verranno subito sostituiti con le giostre del parco giochi proposto da Beppe Grillo, ma con ogni probabilità assisteremo, tra un prestito ponte e un altro (Alitalia docet), a una tragedia produttiva e sociale il cui finale pare già scritto. Sul dilettantismo e sulla schizofrenia del governo nell’affaire Ilva sono stati versati fiumi d’inchiostro. Ma non si può dimenticare che per il suo azionista di maggioranza la chiusura dello stabilimento era un evento pressoché inevitabile, suffragato con l’argomento farlocco secondo cui nella città pugliese diritto alla salute e diritto al lavoro non sarebbero tra loro conciliabili. La verità è che il populismo ambientalista dei Cinque stelle – con la sua miscela di demagogia, manicheismo ideologico, settarismo ed emotività di massa – è un “green new deal” tendenzialmente ostile alla grande impresa manifatturiera e all’innovazione tecnologica. Forse i meno giovani ricordano un bel film di Nanni Loy, “Mi manda Picone” (1982). Racconta la frenetica ma vana ricerca di un operaio delle acciaierie di Bagnoli, scomparso in ambulanza dopo essersi dato fuoco dinanzi al consiglio comunale. Lo spettatore scopre lentamente, attraverso un viaggio tra i misteri di una Napoli che è la trasparente metafora dei vizi nazionali, che quell’operaio faceva mille mestieri diversi e aveva molte vite differenti. In altre parole, la sua identità sociale non era chiaramente definita, ma era ambigua e sfuggente, quasi inafferrabile. Già all’inizio degli anni Ottanta, la sensibilità artistica del regista aveva colto perfettamente la mutata percezione del lavoro di fabbrica, ormai vissuto come un ripiego e non più come motivo di orgoglio. Dopo un decennio di lotte straordinarie che ne avevano celebrato la centralità, la classe operaia sembrava sulla via di un irreversibile arretramento, come già era stato intuito dai vignettisti di Cipputi, la tuta blu sfidata dalla modernità, e di Gasparazzo, il proletario disincantato e scansafatiche. E’ allora che comincia a fiorire una vasta letteratura sul declino irreversibile del lavoro nella società industriale. L’aveva pronosticato nel 1974 lo studioso marxista Harry Braverman, esaminando gli effetti della meccanizzazione di massa negli Stati Uniti. Nei decenni successivi saranno i guru culturali della Casaleggio Associati, con in prima fila Jeremy Rifkin e i teorici della decrescita felice, a decantare le magnifiche sorti e progressive del ricavo di cittadinanza e della liberazione dal lavoro. La storia ha smentito clamorosamente queste disinvolte profezie? Poco male. Keynes diceva che, quando cambiavano i fatti, lui cambiava opinione. L’impressione è che i leader pentastellati abbiano la cattiva abitudine, invece, di cambiare i fatti per restare della stessa opinione.

Secondo un’indagine condotta nell’ambito del Programme for the International Assessment of Adult Competencies (Piaac) pubblicata dall’Ocse nel 2013, e ricordata ieri dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco, in Italia sono molto diffuse alcune carenze di competenze, come la lettura e la comprensione logica e analitica, che rispondono alle moderne esigenze di vita e di lavoro. Il 70 per cento degli adulti italiani, secondo quell’indagine, non è in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e articolati (siamo ultimi tra i paesi Ocse, per i quali la media è inferiore al 50 per cento) e una quota analoga non riesce a utilizzare ed elaborare adeguatamente informazioni matematiche (contro il 52 per cento nella media degli altri paesi). Da questo punto di vista si può dire che il Parlamento, su Ilva, ha dato la prova di essere perfettamente rappresentativo di un’Italia che di fronte a un testo complesso e articolato non è in grado di capire un beato tubo.

Al direttore - Che triste declino quello di Antonio Ingroia. La soluzione del Tar di confermare l’inutilità della sua scorta lo ha mandato su tutte le furie. E così l’ex pm palermitano, un po’ come i bambini con le caramelle, si scaglia contro il tribunale amministrativo, reo di averla ripristinata per il Capitano Ultimo e non per lui. Non si rassegna, l’avvocato Ingroia, al fatto che probabilmente il colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio qualche azzardo ancora lo possa correre, visto che fu lui a mettere le manette ai polsi di Totò Riina, mentre Ingroia, ringraziando il cielo, viene ignorato anche da quel che resta della mafia. Dovrebbe stappare lo champagne per la soluzione delle autorità preposte, convinte che l’ex pm non corra più alcun azzardo. E invece no, lui si inalbera. Proprio non ce la fa, dopo aver sognato persino Palazzo Chigi, a rinunciare alle luci della ribalta.