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Il M5s si incarta con le espulsioni

Come da tradizione, nel M5s le rotture non procedono per scissione ma per epurazione. Il capo politico reggente Vito Crimi ha annunciato su Facebook l’espulsione dei 15 senatori che non hanno votato la fiducia al governo Draghi. Ma, come da altra tradizione, il M5s si inceppa e si impiglia nell’impossibilità di riuscire a rispettare le procedure e le regole che si è dato. Così, nel momento più tragico e lacerante della storia del partito, non si sa se la soluzione di Crimi sia legittima perché non si è capito se sia reggente o decaduto. Gli iscritti hanno infatti appena approvato la modifica dello statuto del M5s, sostituendo la figura del capo politico con un organo collegiale chiamato Comitato direttivo.

“Da oggi dunque termina la reggenza della figura del Capo Politico”, scrive l’Associazione Rousseau (Casaleggio) sul Blog delle stelle, l’organo ufficiale del partito, e “inizia il “conclave degli iscritti” che dovrà eleggere i 5 membri del Comitato direttivo entro giugno. Se però Crimi non è più capo politico, l’espulsione dei ribelli ha alcun valore (così la pensano gli espulsi). Ma Crimi sostiene che non c’è alcun “conclave” e di aver assunto temporaneamente le veci del Comitato direttivo in virtù di un articolo dello statuto che nel caso di un posto vacante nel Comitato direttivo nomina il membro più anziano del Comitato di Garanzia (ovvero Crimi).

Questa interpretazione, opposta a quella di Casaleggio sul Sacro blog, Crimi se l’è fatta confermare da Grillo su Facebook. Ma questo pone due problemi. Intanto l’articolo dello statuto parla di sostituzione di un membro, non dell’intatto comitato: mentre la teoria Crimi-Grillo trasforma un organo collegiale in monocratico, l’inverso della soluzione appena votata dagli iscritti. Ma inoltre, se gli espulsi volessero fare ricorso contro la soluzione illegittima di Crimi, dovrebbero rivolgersi al Comitato di garanzia presieduto dallo stesso Crimi che si giudicherebbe in conflitto di interessi. E così il M5s si è incartato nella burocrazia e nelle regole, un paradosso per il “movimento” che non voleva farsi partito.