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Le spine del M5S: tegola sulle Politiche, e per il sindaco scatta il divieto di patteggiare

ROMA «Finalmente», dice Virginia Raggi quando i suoi avvocati la chiamano per avvisarla che la Procura ha deciso. La seconda telefonata della sindaca è in uscita: chiama Beppe Grillo. «Finalmente», ripete al Garante del M5S sottolineando la richiesta di rinvio a giudizio per falso ma anche l'archiviazione per l'abuso d'ufficio. La terza telefonata è per Paolo Ferrara, capogruppo incaricato di informare «i ragazzi prima che lo leggano sui siti internet». Si vede il bicchiere mezzo pieno e si prova ad andare all'attacco in un Campidoglio connesso per tutto il giorno con il quarto piano della Camera, dove ha sede l'ufficio della comunicazione nazionale dei grilini.
La linea ufficiale corre sul filo dell'entusiasmo prima e dell'imbarazzo poi. Ma in sostanza l'obiettivo è raggiunto: aprire il recinto e camminare con agilità nelle praterie garantiste. Con un'esplosione geometrica appena le agenzie battono la notizia della Procura, dopo pochi minuti esce Raggi su Facebook, poi le indiscrezioni virgolettate di Beppe Grillo, nel pomeriggio il tweet di Luigi Di Maio. La linea è tracciata. O quasi. Il problema è il futuro: a novembre ci saranno le regionali in Sicilia e le elezioni a Ostia. Secondo fonti della procura l'udienza dal gup, per decidere l'eventuale processo, sarà fissata nei primi mesi del 2018. Con il azzardo assai concreto che coincida con la campagna per il voto di politiche e regionali nel Lazio. A urne chiuse il possibile processo, che se dovesse concludersi con una condanna superiore a due anni per Raggi farebbe scattare la legge Severino: la sospensione per 18 mesi della sindaca. Questo calendario, la sicurezza di una campagna elettorale scandita dal caso Roma, è chiara a tutti nel M5S: dagli ortodossi ai governisti. Ma per ora si vive alla giornata.

IN PARLAMENTO
«Chi vuole autosospendersi, può farlo» dice distrattamente un colonnello del M5S. Ma qui siamo a Roma, non a Palermo, Bagheria o Anguillara. Qui si pretendono le scuse dai media per le «accuse infamanti». Nulla si dice sull'ipotesi di falso ideologico. «Presto sarà fatta chiarezza anche sull'accusa di falso ideologico» dice frettolosamente Raggi. Sarà il profilo social del Movimento 5 stelle a esplicitare su cosa si fonda quella persuasione che il falso non sussista: «Si sarebbe consumato - si legge - firmando un foglio che gli uffici le avevano sottoposto». E che dunque la sindaca ha firmato a sua insaputa? Mistero. Però la strategia difensiva è questa se anche il capogruppo M5S in Senato Enrico Cappelletti la ribadisce dicendo che sicuramente verrà tutto prontamente archiviato. Questo perché bisogna far collimare la «soddisfazione» che i vertici, Davide Casaleggio e Beppe Grillo, fanno filtrare dopo aver appreso la notizia degli ennesimi sviluppi giudiziari riguardanti la prima cittadina: «Noi siamo garantisti», tagliano. La strategia è difenderla a oltranza visto che «diverse accuse sono cadute». Anche se poi nelle retrovie la domanda è: «Allora, quanto è probabile la condanna per l'accusa di falso?». Se lo chiedono perché la condanna vuol dire espulsione.
Se butta male, Raggi potrebbe patteggiare, fanno notare fonti legali del M5S. Peccato che questa opzione, ricordano in queste ore difficili i vertici pentastellati, sia proibita nel codice di atteggiamento del Movimento. In quel caso c'è pure lo scoglio della legge Severino.

DOPO RIMINI
Il mistero burlesco è che ieri buona parte degli ortodossi si è esercitata in nuove pratiche garantiste, senza batter ciglio. È il caso di Roberto Fico: «Sono contento che siano cadute le due accuse più gravi nei confronti di Virginia Raggi», ovvero le ipotesi di reato di abuso d'ufficio. Ma dice pure: «Abbiamo fiducia nella magistratura» che i suoi interpretano come la volontà di affidare ai giudici un'autentica sentenza politica su Raggi. Infatti il deputato Carlo Sibilia: «Guardiamo il bicchiere mezzo pieno, ma non stappiamo bottiglie di champagne...». Per Stefano Vignaroli «se viene accertato il reato, certo che è un problema: Raggi ha dichiarato che» la nomina di Renato Marra «era solo una sua soluzione...», osserva. Ma sono voci isolate, quelle escono fuori, in queste ore. Per il resto c'è la linea Di Maio-Grillo: «Perché non mi chiedete del programma elettorale?», chiede seccato il candidato premier.