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Il M5S fa i conti con la sconfitta - Il Sole 24 ORE

Due comuni conquistati al primo turno - Sarego, nel vicentino, e Parzanica (Bergamo) - che portano a 39 i sindaci a 5 Stelle in Italia. E nove città in cui i candidati pentastellati andranno al ballottaggio, da Carrara a Fabriano. È questo il bottino del M5S in questa tornata di amministrative. Magro, se si pensa in neppure uno dei principali 25 comuni andati al voto il Movimento è approdato al secondo turno, finendo schiacciato dalle coalizioni tradizionali.

Ma la lettura fornita da Beppe Grillo via blog ieri mattina punta sui dati complessivi: quella «crescita lenta, ma inesorabile» che emerge dal confronto con le comunali del 2012. «Tutti gongolano esponendo raffinate analisi sulla morte dei 5 Stelle: illudetevi che sia così per dormire sonni più tranquilli», scrive Grillo. Che gioca la carta della “purezza” del M5S versus le «ammucchiate» degli altri: «Si sono camuffati, soprattutto il Pd che si è presentato in circa metà dei comuni rispetto al Movimento». Nessuna autocritica, ma il richiamo all’unità e alle prossime sfide, subito raccolto da Luigi Di Maio, il responsabile enti locali finito nel mirino degli ortodossi che già avevano mal digerito la trattativa sulla legge elettorale: conquistare la Sicilia alle regionali di novembre e poi il Paese alle politiche. Ma tra la base e i parlamentari corre l’amarezza. A Genova, Palermo e Parma il risultato brucia di più, nonostante nel capoluogo siciliano il M5S sia il primo partito. I candidati hanno pagato lo scotto delle faide interne, l’inchiesta sulle firme false e lo scontro frontale con il re dei dissidenti, Federico Pizzarotti. Marika Cassimatis, a Effetto Giorno su Radio 24, addita i vertici: «È colpa di Grillo, che ha consegnato in mano alla destra l’amministrazione di Genova». L’esito è sotto gli occhi di tutti: la dispersione dell’elettorato grillino. Sul blog l’unico altro big che trova spazio è Danilo Toninelli: «Comprendo chi oggi possa sentirsi deluso ma non dimenticate mai che siamo la prima forza politica del Paese». Chi invita a trarre qualche lezione dalle urne sono invece gli ortodossi. Se il silenzio di Roberto Fico vale più di mille parole, Roberta Lombardi sollecita a «occuparsi di più dei problemi locali e meno dell’ultima sparata dell’Alfano di turno». E a microfoni spenti si riapre la diga delle critiche a Virginia Raggi e all’esperienza romana. Ma anche a Chiara Appendino. Il segnale più importante, però, arriva da Max Bugani, fedelissimo di Davide Casaleggio e numero uno a Bologna. Convinto che ora occorra «riflettere sul vincolo del doppio mandato (il divieto di candidarsi con il M5S per più di due cariche elettive, ndr), che ha fatto da freno a molti». Allude a chi, come il sindaco uscente di Mira, ha rinunciato a correre «per giocarsi una chance in Parlamento». Se il totem crollasse, sarebbe la prima vittima post voto. L’altra, già moribonda, sarà la legge elettorale. Perché i 5 Stelle hanno toccato con mano la debolezza dei loro candidati. Che nei collegi uninominali rischierebbero di essere travolti.