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È presto per decretare la fine del Movimento 5 stelle 

Cinque anni fa, con la vittoria di Federico Pizzarotti a Parma, il Movimento 5 stelle si è affermato per la prima volta con forza dirompente sullo scenario delle elezioni comunali – e non solo – in Italia. A suo tempo Beppe Grillo, già prima del ballottaggio poi vinto da Pizzarotti, promosse la città emiliana a “la nostra piccola Stalingrado”, interpretando l’imminente vittoria pentastellata come segno che “tutto è possibile in questo disgraziato paese”.

Infatti dopo la conquista di Parma l’ascesa dell’M5s è stata inarrestabile. Già nell’ottobre 2012 si è affermato come primo partito nel voto regionale della Sicilia, con il 15 percento, e nel febbraio 2013 ha travolto il Partito democratico (Pd) bersaniano, totalizzando il 25 per cento alle elezioni politiche. Ha poi imputato una battuta d’arresto alle europee del 2014 quando ha stravinto Matteo Renzi, appena arrivato al vertice del Pd e del governo, con il 40 percento, quasi doppiando i cinquestelle.

Già allora molti commentatori, forse guidati più dalle loro simpatie (o piuttosto antipatie) che da uno sguardo freddo sugli orientamenti profondi degli elettori, non trovarono di meglio che intonare il de profundis su Grillo e il suo movimento, a loro avviso praticamente arrivato al capolinea. Ma la corsa era destinata a continuare: il voto comunale del 2016, esattamente un anno fa, regalò i trionfi di Roma e Torino, regalò le 19 vittorie su 20 per l’M5s nei ballottaggi sostenuti contro i candidati del Pd.

Bilancio disastroso
Proprio confrontando i risultati del 2017 con quelli del 2016 il bilancio per i cinquestelle comunque appare disastroso. Quelli che un anno fa erano i vincitori incontrastati, quelli che avevano i titoli osannanti su Virginia Raggi e Chiara Appendino non soltanto della stampa italiana ma anche di quella mondiale, ora si riconquistano di nuovo i titoli, con il messaggio opposto: quello di una disfatta a tutto campo.

Certo, Pizzarotti, quello della “piccola Stalingrado”, può rallegrarsi di un ottimo 35 per cento al primo turno (cinque anni fa raggiunse il 19 per cento). Peccato che Pizzarotti sia stato cacciato malamente dal movimento ormai un anno fa – con motivazioni mai davvero palesate – per delle indagini a suo carico poi archiviate ma probabilmente per un eccesso di indipendenza nei confronti della leadership di Grillo-Casaleggio associati.

Intanto il nuovo candidato M5s a Parma si è dovuto accontentare di un 3,18 per cento – un risultato che non fa Stalingrado ma piuttosto Waterloo. E un po’ Waterloo fanno anche i risultati di Genova e Palermo, l’uno conseguito nella città di Grillo, l’altro nel capoluogo della Sicilia, una delle roccaforti dell’M5s. Sono risultati cercati quasi scientemente. A Genova l’M5s ha preparato una sceneggiata degna della peggior politica politicante, da sempre combattuta dal movimento. Ha indetto le solite primarie via web, con la certezza che sarebbe stato designato il candidato prediletto dalla leadership nazionale, il tenore Luca Pirondini. Peccato che gli attivisti genovesi optassero invece per Marika Cassimatis, cacciata poi su due piedi dal movimento per aprire comunque la strada al tenore.

A un tenore a questo punto perdente perché espresso da un movimento lacerato, alle prese con le carte bollate, con i ricorsi, con le polemiche biliose. Una scena che si ripete a Palermo dove l’M5s ha dovuto affrontare prima lo scandalo delle firme false per le comunali del 2012, poi le faide interne sulla candidatura di Salvatore Forello, uomo di punta dell’associazione AddioPizzo, imputato non troppo velatamente di aver usurpato con un “hostile take over” i cinquestelle.

Ma i disastri non finiscono qui. Se un anno fa l’M5s vinceva a man bassa tutti i ballottaggi contro il Pd, quest’anno ai ballottaggi neanche ci va: è presente soltanto in otto comuni su 140 di quelli che contano più di 15mila abitanti. L’Italia infatti sembra essere tornata a diversi anni fa – ai tempi in cui c’era il caro vecchio bipolarismo, a quei tempi in cui la scelta era tra il candidato del centrodestra e quello del centrosinistra.

Ma quel bipolarismo, presente magari sulle schede dei ballottaggi di domenica 25 giugno, in realtà non tornerà più. Al di là dei problemi dell’M5s, quello italiano si presenta comunque come un bipolarismo sfilacciato. Da un lato troviamo un centrosinistra in cui il Pd si presenta in pochissime realtà con proprie liste, come un partito strutturato sul territorio, orgoglioso della sua proposta politica. È invece un fiorire di liste civiche “di area”: potremmo dire anche che è un’abdicazione su larga scala da parte di quello che pretende di essere il primo partito del paese.

Sull’altro versante troviamo un centrodestra a prima vista vivo e vegeto, se non altro a livello locale. Lì il forzaleghismo funziona, raccoglie consensi, si mostra capace di conquistare i municipi. Ma anche quel polo è messo male: infatti magari funziona come proposta di governo locale, ma a livello nazionale, fra le tentazioni lepeniste di Matteo Salvini e quelle “moderate”, orientate verso le larghe intese, di Berlusconi, non trova nessun punto di sintesi.

Quindi la vera o presunta crisi del grillismo è più che relativa: il movimento soffre, e non per la prima volta, per il conflitto tra “democrazia di base”, fatta spesso e volentieri di meetup locali (vulgo: cordate) in guerra tra di loro, e una leadership nazionale piuttosto autocratica; dovrà confrontarsi con la questione di come strutturarsi in futuro, dati i risultati deludenti che questo modello riserva fin troppo spesso.

Chi vuole può iscrivere la batosta dei cinquestelle alle elezioni comunali in un trend generale di “sconfitte dei populisti” in giro per l’Europa. Ma è un pio desiderio equiparare l’M5s all’Ukip britannico, al Front national francese della Le Pen, al partito di Wilders in Olanda, ai Freiheitlichen in Austria e decretare, piuttosto frettolosamente, “la fine dei populismi” seppellendo, insieme con gli altri, anche “i grillini”.

I desideri dei politici dei due poli “tradizionali” (che tendono sempre di più a familiarizzare tra loro in odio ai grillini, regalandoci anche un Berlusconi “argine al populismo”!) e di tanti commentatori cozzeranno contro la realtà: una realtà in cui l’M5s si contende con il Pd, ormai da mesi, il ruolo di primo partito, essendo ormai stabilmente il partito più forte tra tutte le categorie attive – dagli operai agli impiegati, dai lavoratori autonomi agli imprenditori – mentre il Pd vince ormai soltanto tra pensionati e casalinghe. Su questi dati di fondo il voto comunale dell’11 giugno non ha spostato una virgola.