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Stati Generali M5S

In questi “stati generali” del Movimento Cinque Stelle – titolo scelto per assonanza di solennità con quello che precedette l’avvio della rivoluzione francese – si stenta davvero a specificare chi – un sovrano o chi altro – abbia promosso l’evento o quali siano stati i veri partecipanti. Allora, nel 1789, si distinguevano una Nobiltà di alto lignaggio con tutti i suoi privilegi acquisiti nel tempo, un Clero con le prerogative derivate dall’incardinamento ecclesiastico e una Borghesia ai primi passi ma con ambizioni egemoniche. Di un “quarto Stato” che si sarebbe manifestato nel proletariato neppure un sentore.

Nel 2020 infinitamente differenti i problemi in discussione per non parlare dei personaggi: quelli del Settecento con le parrucche immortalati ormai nel bronzo della retorica, presuntivamente orientati dai “lumi” di una razionalità autosufficiente; questi di oggi affannati nella ricerca di uno spazio in mezzo alla polvere di una lotta per un partito negato e affermato nello stesso tempo.

Meglio, dunque, abbandonare le suggestioni dell’assonanza dei nomi, ma, effettuata doverosamente una tale operazione, che cosa rimane da discutere che abbia senso politico per l’oggi?

Il lettore sa che il tema in discussione era quello del destino di un movimento politico seminato nella realtà italiana sul veicolo poco consueto di una volgarità: il famoso “vaffa” del comico Beppe Grillo come condanna di una classe dirigente destinata ad un ricambio totale ad opera di un nuovo ceto politico frutto del ripudio della democrazia dei partiti e come arrivo dell’impulso della democrazia diretta, a sua volta esito della alfabetizzazione ex novo di una generazione di generosi pronta a raccogliere la bandiera infangata nella corruzione della gestione della liberaldemocrazia nelle sue diverse varianti nazionali.

Consultiamo la memoria: dalla Democrazia Cristiana al craxismo ai tentativi falliti di riforma dopo il terrorismo fino al berlusconismo come tentativo di superamento delle crisi con un’uscita per la via, ritenuta maestra, del libero mercato.

L’irruzione dei “grillini” (anche qui senza il minimo pudore per la diminutio insita nella definizione) ebbe la pretesa di assumere in proprio, anzi in esclusiva, l’eredità, anzi la paternità di ogni precedente istigazione, di una riforma della politica. Ciò è avvenuto con ostentazione della volontà di partire dal basso senza storia, senza radici, senza studio.

Era effettivamente questa ostentazione dell’anno zero quella che più colpiva nel furore antagonistico dei primi grillini. E a ciò si accompagnava il rifiuto preventivo della ricerca, nella storia, dei precedenti e anche degli errori presenti nei tentativi assimilabili di iniziativa dal basso. Per rimanere per intatto nel Novecento, bastava rifarsi alle esperienze del primo fascismo, così intrecciate allo spontaneismo marinettiano, per passare alla retorica dannunziana, e per sfociare nelle prime azioni dei fasci così dense di esperienza tattica quanto prive di impianto teorico-strategico.

Bastava proseguire nell’approfondimento storico dei momenti salienti del movimento studentesco degli anni “Settanta” caratterizzati dallo slogan “lo Stato si abbatte, non si cambia”, nel quale si coglievano gli accenti del vecchio estremismo massimalista, presenti anche in una parte dell’esperienza sovietica, tranne poi a constatare che questa trovò modo di realizzarsi proprio attraverso un’operazione di conquista dello Stato che si definì come rivoluzione solo a cose avvenute.

A dire il vero, il M5s non ebbe neppure il bisogno di conquistare lo Stato per imporre una sua legge in Italia; gli bastò occupare, nell’equilibrio di forze che la sua affermazione numerica aveva determinato, facendo in modo che i singoli ministeri assegnati fungessero anche da agenzie di alfabetizzazione politica, se non di alfabetizzazione tout-court, come dimostrano i miglioramenti grammaticali, sintattici e linguistici compiuti da molti deputati e senatori grillini. Specie quelli bruscamente trasferiti da non importa quali mansione ad una funzione di governo, dove il ruolo di precettori culturali è stato svolto non solo tra i più quotati del movimento ma anche dai più acculturati nelle alte burocrazie.

Sotto questo profilo va riconosciuto ai giovani grillini di essere riusciti in un tempo relativamente breve a non sfigurare dinanzi ai più stagionati esponenti delle precedenti classi politiche da tempo al potere. Proprio per questo, però, è sensato accusare al loro movimento l’errore di aver posto alla loro presenza in parlamento il limite di due mandati. Esso si è rivelato troppo breve per consentire una preparazione seria e completa dei tanti homines novi pervenuti simultaneamente nelle “alte sfere” del potere. La tentazione, a quei livelli, è forte. Si imparano prima i vizi e poi non c’è più tempo per esercitarsi nelle virtù.

All’indomani degli “stati generali”, dei quali abbiamo parlato senza mai citarli, stupisce il fatto che non una relazione se non una sessione dell’evento sia stata dedicata, appunto, allo scarto tra l’ampiezza degli impegni, specie di governo, e la gracilità della preparazione della classe dirigente grillina nel suo complesso. È stata una scelta o una dimenticanza?

A me è accaduto che, essendo a capo di un’organizzazione che si occupava del potere senza mai occuparlo, come le ACLI, i miei amici e io fossimo seriamente impegnati a studiare il potere – il potere democratico nelle società moderne – e con esso le molteplici relazioni tra i diversi poteri della società e dello Stato come realtà interconnesse e spesso confliggenti, per ricondurli ad un possibile disegno unitario nella specie della “sintesi politica”. L’espressione era di De Gasperi.

Ma a noi – e soprattutto a chi scrive – era stato dato di collaudarne la validità nella sua applicazione a realtà sociali e politiche in superficie non disponibili a farsi… sintetizzare sia come parti della società civile sia come espressioni delle tensioni di classe nelle lotte del movimento operaio.

Al concetto di sintesi si affianca in concetto di mediazione e al concetto di mediazione si affianca il concetto di istituzione; e le istituzioni possono sia appartenere al dinamismo autonomo delle realtà sociali, come i sindacati e la Confindustria, sia essere espressione dell’organizzazione giuridica dello Stato e della stessa sua Costituzione. Della quale chiunque faccia politica non può fare a meno.

Così, quando mi imbattei per la prima volta nelle elaborazioni grilline, rimasi sorpreso nel constatare che una delle loro affermazioni essenziali (“uno vale uno” come negazione del principio della democrazia rappresentativa e parlamentare) non figurava tra quelle da mettere a verifica nel confronto con la logica della democrazia parlamentare della Repubblica italiana.

Poi constatai che i grillini andando al governo, stringendo alleanza con forze diverse, mostrando un notevole pragmatismo nei comportamenti parlamentari, stavano seguendo una via già percorsa da altre forze politiche durante la guerra fredda: comportarsi da democratici per essere esonerati da un esame politico sul punto. Ne trassi una valutazione positiva. È democratico – sostenni – chi si comporta da democratico.

Ma l’insistenza sullo slogan “sfasciatutto”, cui si è accennato sopra, accende una pesante ipoteca anche sui comportamenti futuri del Movimento 5 stelle. Se ne dovrà parlare ai prossimi “stati generali”. Se ci saranno.