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Ma quale normalizzazione, il M5S continua a essere un pericolo per la democrazia

Chi sosteneva che il Movimento Cinque Stelle si stesse responsabilizzando, o che addirittura si stesse definitivamente normalizzando per meglio accreditarsi quale forza di governo, è stato smentito diverse volte nel giro di pochi giorni. Sembrava che prendendo parte all’accordo per l’approvazione del Tedeschellum i pentastellati avessero accantonato una volta per tutte quel massimalismo anticompromissorio che ha sempre contraddistinto la loro condotta parlamentare, ma la bagarre a Montecitorio, giovedì scorso, ha provato fra le altre cose la loro inaffidabilità e l’incapacità cronica di partecipare a qualche cosa di costruttivo.

È vero, d’altro canto, che nella figura del suo premier in pectore – Luigi Di Maio, non per nulla inviso all’ala più ortodossa del partito – il M5S abbia in parte cambiato il proprio approccio al cosiddetto establishment (politico, economico, burocratico, mediatico), ieri demonizzato tout court nell’ambito del semplicismo manicheo che vedeva il “popolo” da un lato e, per l’appunto, un’oligarchia cinica e corrotta dall’altro, oggi ritenuto un interlocutore presso cui accreditarsi. Nello specifico i grillini flirtano con una parte della magistratura – una delle “caste” più potenti, per dirla col loro linguaggio – da sempre intollerante a diversi capisaldi della democrazia liberale (la tripartizione deipoteri, la presunzione di non colpevolezza, la funzione rieducativa della pena), ma con ciò, paradossalmente, l’identità movimentista del partito si fortifica anziché sbiadirsi: in Italia, infatti, l’antipolitica, il giustizialismo, il populismo non sono – come altrove – effetti collaterali transitori della globalizzazione, ma sentimenti cristalizzatisi, dalla fine della Prima Repubblica, nell’establishment mediatico-culturale del Paese e perfino in parte di quegli organismi di check and balance che in Italia sono potere effettivo più che contropotere.

La tanto invocata normalizzazione, dunque, è solo apparente (e spesse volte non appare neppure). Il modernismo reazionario – l’ostilità ai fondamenti della modernità e cioè alla democrazia rappresentativa, alla scienza e all’economia di mercato propagandata… Tramite i mezzi di comunicazione di massa – è iscritta nel codice genetico del M5S e, come si accennava poc’anzi, avvicina quest’ultimo ai settori più politicizzati della magistratura. Ne ha scritto di attuale il politologo Angelo Panebianco, paventando, forse con un eccesso di allarmismo, l’instaurazione di un “regime di democrazia giudiziaria” (va detto che le ultime gravissime novità sul caso Consip rendono più che fondati i timori circa la salute dello stato di diritto…).