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TORINO - Giovedì è convocata una commissione comunale per discutere le «linee guida per la redazione del Piano unitario di riqualificazione (Pur) della Cavallerizza». Non ha pagato la scelta della sindaca Chiara Appendino di tenere nascosto il piano già scritto per evitare polemiche con gli occupanti e una parte della sua maggioranza. Il masterplan, svelato ieri dal Corriere, non piace ai ribelli del M5S che non vogliono votare la delibera per la sua attuazione. Damiano Carretto, Viviana Ferrero e Daniela Albano sono consapevoli che senza di loro la riqualificazione della Cavallerizza non può partire. E per questo hanno presentato una mozione che pone dei paletti — il divieto di progettazione di strutture ricettive, uffici e parcheggio interrato — che obbligano a riscrivere il Pur. Una mossa che, però, non tiene conto di un’altra verità taciuta fino ad oggi: Palazzo Civico ha stilato il piano di riqualificazione dopo aver ricevuto un ultimatum delle banche che hanno concesso un prestito ingentissimo a Cct. È la società di cartolarizzazione, partecipata dal Comune, che ha in pancia la proprietà della Cavallerizza e aveva promesso la vendita del complesso per restituire il denaro, ma l’occupazione ha impedito il piano condannandola a una complicata condizione debitoria. «Rischio di liquidità: la società ad oggi non dispone delle disponibilità liquide per far fronte alle scadenze previste dagli impegni finanziari».

Sfogliando il suo bilancio si scopre il vicolo cieco in cui è finita Cartolarizzazione Città di Torino (Cct). È la società «a responsabilità limitata» costituita nel 2007 per realizzare «una o più operazioni di cartolarizzazione» di proprietà «provenienti dalla dismissione del patrimonio immobiliare del Comune mediante l’emissione di titoli e l’assunzione di finanziamenti». In altre parole, Cct ha acquistato con soldi delle banche degli edifici della Città (che così ha evitato il default) con l’impegno di cederli prima possibile. «Nel 2009 il Comune ha ceduto alla società un primo portafoglio da 5 beni per 34.535.356 euro, interamente corrisposto, e un secondo con altri 5 immobili per il prezzo di 32.283.302 euro con caparra di 6.ooo.ooo euro. E’ stato sottoscritto un contratto di finanziamento con Intesa San Paolo che ha finanziato le due operazioni».

I prestiti sono scaduti nel 2015 e Cct per i debiti non è riuscita ad approvare i suoi bilanci 2016, 2017 e 2018. Uno stallo finito nel luglio 2019 quando il Comune li ha sbloccati prendendosi un impegno preciso. «Il 10 e 18 aprile 2019 la Città ha incontrato le banche finanziatrici e ha concordato un piano dettagliato di dismissione degli asset cartolarizzati per il recupero almeno parziale dei finanziamenti erogati», si legge nel bilancio di Cct. Il Comune ha assicurato di vendere una parte delle proprietà in pancia della società entro il 31 dicembre 2020. Promettendo alle banche, specificamente per i lotti delle ex Cavallerizza Reale e dell’ex Zecca, l’istituzione di un «tavolo tecnico congiunto», anche con la partecipazione di Cdp per stabilire «congiuntamente» le destinazioni d’uso dell’intatto complesso e stabilendo le modalità di valorizzazione. Insomma, ben prima del rogo delle Pagliere la sindaca Appendino ha promesso alle banche di vendere il complesso dell’Unesco in via Verdi. Per questo motivo l’approvazione del Pur è irrinunciabile. Mentre, sull’altra barricata interna al M5s, il consigliere Carretto non vede l’ora di bloccarla cercando di stralciare dal progetto il parcheggio interrato dinanzi alla Auditorium Rai. Per rendere appetibile la vendita di Cavallerizza, i progettisti del Pur hanno previsto dei cambiamenti di destinazione d’uso degli edifici che impongono di trovare 1.258 metri quadrati per le auto. Altrimenti salta l’equilibrio. E addio rilancio della Cavallerizza. Con buona pace delle banche.